Chiesa e Monastero di
Maria Santissima del Rosario
XVI secolo
 

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Già Madonna della Misericordia e S. Maria della Consolazione

I lavori per la costruzione del convento, con annessa chiesa, hanno origine nel maggio 1574 per iniziativa dei cittadini di Maratea, che offrono il terreno, e in seguito all’autorizzazione espressa con la Bolla «Piis Christi Fidelium,» del Pontefice Gregorio XIII. Dopo la soppressione del 1866; il convento, variamente utilizzato, è divenuto, infine, sede dell’attuale Istituto «De Pino».

La chiesa, il cui impianto iconografico consta di una navata con presbiterio sopraelevato, coro rettangolare e cupola su pennacchi, aveva in origine una facciata a capanna che è stata totalmente ricoperta dalla costruzione, in epoca successiva, di una sopraelevazione edilizia sull’antistante portico a colonne. La cupola è ritmata esternamente da corsi orizzontali di tegole che costituiscono una serie di anelli a rastremazioni successive che alterano il profilo dell’estradosso e si conclude, con una lanterna cieca cuspidata. La navata si articola, all’interno, in nicchie tabernacolo alle quali corrispondono, in alto, ampie finestre a sguancio, la luminosità delle quali non risulta contrastante alla penombra delle nicchie perché mediata e filtrata dalla decorazione plastica in stucco che anima le pareti fondendo le proprie forme naturalistiche (putti, festoni e candelabri) con il rigore delle lesene (alternantesi alle nicchie) e della cornice modanata aggettante che ricorre sotto il piano delle finestre, riconducendosi pertanto, con ogni probabilità, alla prima metà del XVII secolo. Da notare la maggiore ampiezza delle nicchie del lato destro, corrispondenti alla prima e sesta campata, rispetto alle restanti; è possibile pertanto avanzare l’ipotesi che la chiesa fosse in origine ad una navata con navatella laterale, opinione confortata dal fatto che anche la decorazione plastica della parete destra mostra una certa semplificazione formale rispetto a quella di sinistra. Ulteriore trasformazione ha ricevuto la copertura della chiesa, in origine a capriate scoperte, realizzata poi in piano nel 1966 dal Genio Civile.

Il monastero presenta un chiostro a due piani, a pianta quadrata, costituito da un doppio ordine di arcate su colonne: alla campata inferiore corrispondono due archetti in quella superiore. Una cornice in cotto delimita la superficie muraria.

Uniche decorazioni figurative del chiostro sono le due lunette affrescate e situate nell’ala ovest. La prima rappresenta due figure sinuose di cherubini che reggono uno stemma coronato con simboli francescani e la seconda l’Immacolata e angeli musicanti. In quest’ultima, la Madonna è ripresa secondo l’iconografia tradizionale tra cherubini che mostrano i simboli delle Virtù e angeli suonanti. primo trentennio del ’600, le si possono ascrivere alla bottega di Girolamo Todisco.

L’interno presenta sulla cantoria due affreschi raffiguranti episodi della vita francescana e difficilmente leggibili a causa delle vaste lacune e delle grosse lesioni .I dipinti seicenteschi, incorniciati da festoni in stucco, s’inseriscono in quel vasto progetto decorativo che nel ’600 rinnovò notevolmente lo spazio della navata. Angelo Galterio esegue gli affreschi nei pennacchi e nella cupola del presbiterio, datati 1721 e ricordati come unica espressione del pittore calabrese in Basilicata. Secondo canoni tradizionali comuni, sui pennacchi della cupola sono raffigurati i Quattro Evangelisti tra angeli e cherubini; sul tamburo elementi architettonici con figure di Santi illeggibili entro nicchie che intervallano scene indecifrabili, come pure quelle della cupola incorniciate da folti motivi a volute fogliacee e teste di cherubini alati.

Lesioni, lacune e umidità hanno compromesso irrimediabilmente la superficie pittorica con notevoli cadute di colore, determinando l’illeggibilità dei dipinti, soprattutto nella cupola.

Dalle figure lacunose degli Evangelisti, si recupera appena lo stile di Galterio, aggiornato su quanto si produceva a Napoli: mediocre nell’esecuzione, rigido nel disegno, traduce motivi senza originalità e infelice sotto il profilo compositivo.